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  • Elena Ceste: Per il Riesame non fu omicidio premeditato, il marito resta in carcere

    Torino, 21/2/2015 - Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione dei legali di Michele Buoninconti. I giudici hanno escluso la premeditazione, si sarebbe quindi trattato di un omicidio d'impeto. "Aspettiamo di leggere le motivazioni del Riesame ma, se i giudici hanno escluso la premeditazione, la posizione di Michele Buoninconti si alleggerisce”, ha dichiarato all'ANSA l'avvocato Alberto Masoero, che con la collega Chiara Girola assiste il marito di Elena Ceste. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro cinque giorni.

    [Video - Il caso nella puntata del 18 febbrraio 2015]


     

  • Yara: Nuova istanza di scarcerazione per Bossetti

    Milano, 20/2/2015 – Il difensore di Massimo Bossetti ha presentato una nuova istanza di scarcerazione al Tribunale del Riesame di Brescia. “Abbiamo puntato sulla mancanza delle risposte del gip sul Dna. La prova regina del Dna non dice nulla e non vale”, ha dichiarato all’Ansa l’avv. Salvagni. Nell’istanza nessun riferimento alle fibre trovate sui leggins e sul giubbotto risultate compatibili con quelle del sedile del furgone di Bossetti.

  • Ilaria Alpi: I carabinieri del ROS chiedono il video di Jelle a "Chi l'ha visto?"

    Roma, 19/02/2015 - "In esecuzione di delega di indagine" nell'ambito del procedimento penale della procura Repubblica di Roma sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il reparto Anti Eversione del ROS dei carabinieri ha richiesto alla redazione di "Chi l'ha visto?" la "copia integrale" dell'intervista a Jelle. Il supertestimone del processo, al secolo Ahmed Ali Rage, nell’ultima puntata ha rivelato:“L’uomo in carcere accusato del suo omicidio è innocente. Io non ho visto chi ha sparato. Non ero là. Mi hanno chiesto di indicare un uomo”. Irreperibile per l’Italia, raggiunto dall’inviata di “Chi l’ha visto?” Jelle ha raccontato che “gli italiani” avevano fretta di chiudere il caso e gli hanno promesso denaro in cambio di una sua testimonianza al processo: doveva accusare un somalo del duplice omicidio. Jelle indicò il giovane Hashi Omar Hassan al pm Ionta durante un interrogatorio, ma poi non si presentò a deporre al processo e fuggì all’estero. Per la sua testimonianza Hashi fu arrestato e condannato all’ergastolo. “Non ho neache chiesto quanto” ha detto Jelle riguardo alla ricompensa promessa. “Per me il guadagno più importante era scappare dalla guerra”.

    L’Ansa ha reso noto che la procura di Roma non ha mai smesso di cercare Ahmed Ali Rage e che le ricerche di intelligence, Interpol e Digos di Roma, oltre a rogatorie in Inghilterra ed in altri paesi europei, non hanno mai sortito l'effetto l'auspicato. In particolare, “non hanno mai trovato corrispondenza le impronte digitali in possesso della procura di Roma con quelle dei soggetti rintracciati ed aventi dati anagrafici analoghi a quelli di Jelle”. Una nuova rogatoria sarà inoltrata alla Gran Bretagna dal titolare dell'inchiesta, mai chiusa, il pm Elisabetta Ceniccola, per stabilire “se il personaggio che sostiene di essere stato pagato per accusare Hassan sia lo stesso che viene ricercato dal momento della sua scomparsa”. I legali di Hashi Omar Hassan, Antonio Moriconi e Douglas Duale, hanno intanto annunciato che chiederanno la revisione del processo.

    Il senatore Corradino Mineo ha presentato ieri un'interrogazione urgente al ministro della giustizia Orlando affinché “fughi il dubbio che un innocente sia finito e resti tuttora in carcere”. Mineo ha chiesto anche di sapere “quali autorità italiane abbiano eventualmente indotto il testimone a rendere dichiarazioni non veritiere, e se risultino azioni di depistaggio, anche in forza della apprezzabile scelta del Governo di togliere il segreto di Stato". "E' importante – ha concluso il senatore - sapere se siano stati sentiti i responsabili dei servizi di sicurezza anche in seguito alle reiterate denunce della famiglia Alpi e dei suoi avvocati, e se si intendano di nuovo interpellare in seguito alle ultime rivelazioni di stampa". Il presidente dell’Fnsi, Santo Della Volpe, e il segretario Usigrai, Vittorio Di Trapani, hanno chiesto che vengano “approfonditi anche in sede giudiziaria gli elementi emersi dall'intervista di "Chi l'ha visto?" e che “si arrivi a quella Verità e Giustizia che la famiglia Alpi chiede giustamente da 21 anni".

    [Video - Ilaria Alpi - Il super testimone del processo parla a "Chi l'ha visto?"]
    [Video - Lo speciale di Rai Tre su Ilaria Alpi del 20 marzo 2014]


  • Terrorismo: Due ricercati a Roma, li avete visti?

    Roma, 18/02/2015 - I carabinieri hanno diffuso questi identikit di due giovani stranieri che alcuni giorni fa hanno chiesto informazioni su giubbotti antiproiettile e visori notturni in un'armeria del quartiere Esquilino. “Si tratta di soggetti islamici pericolosi, sospettatati di terrorismo”, si legge nella nota che accompagna le immagini. Le istruzioni diramate alle forze dell'ordine indicano che se trovati bisogna “fermarli con le dovute precauzioni, perquisirli sul posto e accompagnarli in caserma, informandone subito il comandante della stazione”. Secondo l'Espresso - che ha pubblicato online la notizia e gli identikit - i due si sarebbero dichiarati di nazionalità libica e si nasconderebbero a Roma, tra l'Esquilino e il Pigneto. Il Comando provinciale dei carabinieri ha precisato che "non ci sono al momento elementi per collegare l'accaduto al terrorismo internazionale” ma che comunque “la notizia è stata posta al vaglio delle competenti strutture investigative”.


  • Identificata la donna uccisa a Catania, fermato un marocchino già ricercato per omicidio

    Catania, 16/2/2015 - Era una vedova italiana di 50 anni la donna senza nome uccisa il 7 febbraio sulla spiaggia de La Plaia di Catania. Per identificarla gli inquirenti avevano lanciato un appello nell'ultima puntata di "Chi l'ha visto?". La squadra mobile di Catania, su mandato della procura distrettuale, ha fermato un marocchino di 32 anni, Zakaria Ismaini, che ha reso ampia confessione. La donna sarebbe stata uccisa durante una lite, per motivi ancora non chiari, in un bungalow del villaggio turistico vicino alla spiaggia dove è stato trascinato il corpo. Per cancellare le tracce Zakaria Ismaini ha poi dato fuoco alla struttura. La stessa tecnica che avrebbe usato dopo aver commesso un altro omicidio in provincia di Brindisi, il 13 novembre, per il quale gli è stato notificato un secondo ordine di custodia cautelare. Era infatti già indagato e ricercato con l’accusa di avere ucciso e rapinato un uomo conosciuto su Internet, incendiandone la villetta.

  • Ilaria Alpi: Il processo fu un depistaggio. A “Chi l’ha visto?” il supertestimone d'accusa

    “L’uomo in carcere accusato del suo omicidio è innocente. Io non ho visto chi ha sparato. Non ero là. Mi hanno chiesto di indicare un uomo”. E’ quanto ha rivelato il supertestimone del processo che si è svolto a Roma per l’omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore della Rai Miran Hrovatin. L’uomo, Ahmed Ali Rage, soprannominato Jelle, irreperibile per l’Italia, raggiunto dall’inviata di “Chi l’ha visto?” ha raccontato che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e gli hanno promesso denaro in cambio di una sua testimonianza al processo: doveva accusare un somalo del duplice omicidio. Jelle indicò il giovane Omar Hashi Hassan al pm Ionta durante un interrogatorio, ma poi non si presentò a deporre al processo e fuggì all’estero. Per la sua testimonianza il giovane Hashi fu arrestato e condannato all’ergastolo. “Non ho neache chiesto quanto” ha detto Jelle riguardo alla ricompensa promessa, “per me il guadagno più importante era scappare dalla guerra”.

    “L'intervista di 'Chi l'ha visto?' è un documento giornalistico eccezionale che riapre una volta per tutte il caso dell'esecuzione di Mogadiscio del 1994”. Così il direttore di Rai3, Andrea Vianello, che ha aggiunto: “Le rivelazioni di Jelle confermano quello che da anni la famiglia Alpi e molti giornalisti tenacemente sostengono, cioè che in carcere ci sarebbe un innocente usato come capro espiatorio e che gravissimi depistaggi avrebbero inquinato le inchieste. Spero davvero che lo scoop del programma di Federica Sciarelli serva a spingere gli inquirenti a riaprire definitivamente le indagini sull'assassinio dei due nostri colleghi che aspettano invano giustizia da così tanti anni”.

    [Video - Ilaria Alpi - Il super testimone del processo parla a "Chi l'ha visto?"]
    [Video - Lo speciale di Rai Tre su Ilaria Alpi del 20 marzo 2014]


  • Norman Atlantic: Secondo cadavere ritrovato a bordo

    Brindisi, 13/2/2015 – Sale a 11 il bilancio ufficiale delle vittime del disastro del traghetto Norman Atlantic. Nel giorno stabilito per il trasferimento del relitto da Brindisi a Bari un altro cadavere è stato trovato sul ponte 3, quello dove erano parcheggiati i camion. Anche questo corpo, come il precedente, non risulta identificato.

    [Nave “Norman Atlantic”: A “Chi l’ha visto?” l’appello dei familiari dei dispersi italiani e greci]

  • Lidia Macchi: Incarico al consulente della svolta nelle indagini per Yara

    Milano, 13/2/2015 – Il procuratore generale di Milano, Carmen Manfredda, ha conferito l'incarico a tre consulenti per effettuare nuovi accertamenti su peli, capelli e altri reperti ritrovati 28 anni fa sul corpo e sull'auto di Lidia Macchi per compararli con il Dna di Giuseppe Piccolomo. Gli esami genetici sono affidati al professor Carlo Previderè, responsabile del laboratorio di genetica forense dell'Università di Pavia e consulente della procura di Bergamo per il caso Yara Gambirasio. Sarà coadiuvato dalla sua assistente, Pierangela Grignani, e dal biologo Roberto Giuffrida, specialista della polizia scientifica di Milano. E’ stato grazie all’intuizione di Previderè di utilizzare il Dna nucleare anziché quello mitocondriale che si è avuta la svolta nell’inchiesta per l’omicidio di Yara Gambirasio che ha portato all’arresto di Massimo Bossetti. Dopo questo cambio di strategia nelle analisi genetiche la procura di Bergamo ha potuto individuare rapidamente prima la madre del cosiddetto Ignoto 1 e poi identificare la coincidenza genetica di quest’ultimo con Bossetti.

    Nei 60 giorni previsti dovranno esaminare peli e capelli trovati su un bavaglino, fazzoletti e un sacchetto  che erano sulla Fiat Panda di Lidia Macchi, due siringhe, giornali, terriccio e riviste pornografiche raccolte sul luogo del delitto e alcune lettere anonime inviate alla famiglia della ragazza. Saranno esaminati di nuovo anche i reperti che si credevano perduti ma che invece erano conservati da anni all'Istituto di medicina legale di Pavia: ritagli degli abiti di Lidia Macchi sporchi di sangue e del sedile della sua auto. La consulenza era stata chiesta dal difensore di Piccolomo, l'avvocato Omar Pagnozzi.

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  • La Cassazione: "Restivo colpevole oltre ogni ragionevole dubbio"

    Roma, 12/2/2015 - "Straordinaria gravità del reato nelle sue componenti soggettive" (elevata intensità del dolo) ed oggettive (violenta aggressione con plurime coltellate inferte); "piena capacità di intendere e volere dell'imputato, evincibile anche dalla lucida strategia difensiva posta in essere e dall'autocontrollo mostrato in giudizio". Così la Corte di Cassazione si è espressa sull'omicidio di Elisa Claps nelle motivazioni, depositate oggi, della sentenza di condanna definitiva di Danilo Restivo a 30 anni di reclusione emessa il 23 ottobre scorso. I supremi giudici hanno respinto tutte le censure della difesa alla sentenza di secondo grado, esclusa soltanto l'aggravante della crudeltà. Il riconoscimento di questa aggravante in primo e secondo grado era stato fondato sul fatto che il medico legale incaricato dell'esame necroscopico, oltre ai segni di 13 coltellate, aveva ipotizzato "ulteriori colpi alle parti non molli non riscontrabili al momento dell'autopsia". La Cassazione, in ragione dei limiti dell'autopsia, fatta 17 anni dopo il delitto limitatamente alle sole parti scheletriche, ha invece sostenuto che non è possibile stabilirlo. L'esclusione di questa aggravante non ha però determinato una riduzione della pena per Restivo, dal momento che altre aggravanti hanno determinato comunque l'ergastolo, pena ridotta a 30 anni di reclusione per effetto della definizione del processo con rito abbreviato. Inoltre, prestando il consenso a questo rito, le parti "hanno definitivamente rinunciato al diritto alla prova". Per questo è staton respinto il reclamo sulla mancata riapertura in appello dell'istruttoria dibattimentale.

    Le critiche della difesa alla perizia medico legale, che aveva fatto risalire la data della morte di Elisa Claps "al giorno della scomparsa", non sono state accolte dalla Cassazione perché la relazione del prof. Francesco Introna dà conto "della coincidenza del giorno della morte di Elisa Claps con 'l'epoca' della sua scomparsa, ovvero con un'approssimazione stimata di 'settimane-qualche mese'" rispetto al 12 settembre 1993.

    Immotivate per i giudici anche le critiche difensive per la mancata ripetizione dell'esame del Dna, dal momento che la traccia biologica è “esaurita". Infondati i rilievi sul mancato esame dell'imputato durante il processo d'appello poiché Restivo, "nelle precedenti occasioni in cui era stato sentito nella fase delle indagini, aveva sistematicamente reiterato sempre la stessa versione dei fatti".

    L’ipotesi della difesa circa “un misterioso aggressore che avrebbe avvicinato la Claps dopo il suo incontro con Restivo e l'avrebbe uccisa” è stata fatta, scrive la Cassazione, "in modo assolutamente congetturale" e "disancorato dalle
    emergenze processuali", ribaltando in senso favorevole all'imputato le valutazioni di attendibilità e inattendibilità fatte dai giudici. Esclusa dai giudici di secondo grado.

    In conclusione, per i supremi giudici, la Corte di secondo grado, esclusa ogni responsabilità di altre persone e individuato il movente del delitto nel rifiuto ad un approccio di natura sessuale, "ha correttamente apprezzato, in una visione unitaria e globale, il materiale indiziario emerso dal processo", pervenendo "alla conclusiva, ineccepibile decisione di attribuire il reato di omicidio volontario (aggravato) all'imputato Restivo 'al di là di ogni ragionevole dubbio' e, cioè, con un alto grado di credibilità razionale”.

  • Davide Cervia: “No alla prescrizione, si alla verità”, lettera dei figli al ministro a Orlando

    Roma, 11/2/2015 - Erika e Daniele, che all’epoca della scomparsa del padre avevano 6 e 4 anni, in una lettera inviata ieri attraverso i membri M5S del Copasir al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, chiedono che si adoperi perché l’avvocatura dello Stato ritiri la richiesta di applicazione della prescrizione nel procedimento civile in corso. Una richiesta, scrivono, “che ancora una volta negherebbe ai sottoscritti la possibilità di avere riconosciuti i diritti fondamentali della persona”. I figli di Cervia citano “depistaggi, omissioni e superficialità operate da parte di alcune istituzioni del nostro Paese” e ricordano di aver “intentato un procedimento civile, presso il Tribunale civile di Roma, basato sulla condotta negligente da parte dei Ministeri della Giustizia e della Difesa attraverso i loro dipendenti, i quali hanno determinato una gravissima lesione del nostro diritto alla verità, impedendo l'accertamento delle cause del rapimento di nostro padre”. Chiedono pertanto ad Orlando di “voler rivalutare e ritirare la richiesta avanzata dai Ministeri suddetti, attraverso l'Avvocatura dello Stato, di far applicare al Giudice del Tribunale civile di Roma, Dott.sa D'Ovidio, il principio della prescrizione, applicabile su richiesta delle parti”.

    “Dopo quasi un quarto di secolo dal rapimento di nostro padre”, concludono, “chiediamo a Lei, Signor Ministro, di voler intercedere affinché il Giudice possa celebrare il procedimento civile in maniera autonoma ed imparziale, valutando fatti e circostanze, documenti e depistaggi da noi presentati, senza l'impedimento della prescrizione che metterebbe una pietra tombale sulla nostra accorata richiesta di verità e giustizia”.

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