Perugia, 21/2/2012 - Sono state depositate ieri le 934 pagine di motivazione della sentenza emessa il 20 aprile del 2010 con la quale il gup di Perugia Paolo Micheli ha prosciolto una ventina tra familiari del medico trovato morto nel 1985 al lago Trasimeno, pubblici ufficiali e altri soggetti al termine dell'udienza preliminare relativa alle presunte irregolarità compiute - secondo la procura del capoluogo umbro - in occasione del recupero del corpo. La parte centrale del procedimento riguardava una presunta associazione per delinquere della quale - secondo la ricostruzione accusatoria - sarebbe stato promotore Ugo Narducci, padre del gastroenterologo. Tra i reati per i quali il pm Giuliano Mignini aveva chiesto il rinvio a giudizio, a vario titolo, degli allora imputati anche quelli di falso, omissione di atti di ufficio e occultamento di cadavere. Per tutti il gup ha però disposto il proscioglimento. Con la formula “perché il fatto non sussiste” riguardo all'associazione per delinquere e “perché il fatto non costituisce reato” per quasi tutti gli altri capi di imputazione, una ventina complessivamente. Per il gup l'ipotesi del suicidio “si può formulare adesso, dopo consulenze, riesumazioni e migliaia di pagine di atti istruttori, ma certamente non era possibile esprimere con certezza all'atto del rinvenimento del cadavere”. Micheli scrive quindi che “non fare un'autopsia fu un errore che commise chi avvertì il magistrato di turno sostenendo che se ne poteva prescindere” ma anche lo stesso professor Narducci “se veramente chiese a qualcuno di far sì che a suo figlio fosse risparmiata una violazione che tale non era, o forse a se stesso ed alla moglie un dolore ulteriore”. “Un errore - afferma Micheli - di cui oggi continua a pagare le conseguenze”. Il giudice ritiene che la gran parte dei reati ipotizzati a carico dei familiari del medico “non abbiano mai avuto effettiva sussistenza” mentre per i residui addebiti “si imponga il proscioglimento per difetto di dolo”. Riguardo alle indagini del pm, il gup ritiene che “siano state compiute perché era doveroso farle, pur non essendo condivisibili le conseguenze” tratte dal pubblico ministero. Secondo Mignini le irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere erano finalizzate a evitare che si ipotizzasse un omicidio (reato per il quale lo stesso magistrato ha aperto un fascicolo poi archiviato) collegato con le vicende del Mostro di Firenze. Circostanze sempre smentite dalla famiglia del medico che ha invece parlato di un incidente o di un suicidio, escludendo qualsiasi legame con le vicende del Mostro.
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